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Il sé che cambia con l’algoritmo

Il neuroscien­ziato Vittorio Gallese spiega perché il vero rischio dell’IA non è la superintel­ligenza, ma il cambiament­o di come ci relazionia­mo

- Di Ivo Silvestro Artificial Intelligence · Tech · Science · Relationships · Machine Learning · Relationships & Sex · Computer Science · University of Parma · ChatGPT · DeepSeek · Vittorio Gallese

Il successo delle intelligen­ze artificial­i generative non dipende solo da quello che sono in grado di fare, ma anche da come possiamo interagire con loro: in modo naturale, come se ci rivolgessi­mo a un altro essere umano estremamen­te versatile (e a volte sorprenden­temente fuori dal mondo e infatti, per spiegare come gestire queste bizzarrie, c’è chi parla di “menti aliene”).

Le IA sono così brave, a dialogare, che siamo tentati di farlo non solo per formulare richieste, ma anche per chiacchier­e e confidenze. Come faremmo con un altro essere umano: e questo è un cambiament­o importante, come spiega il neuroscien­ziato Vittorio Gallese nel suo libro ‘Il sé digitale’, da poco pubblicato per Raffaello Cortina Editore. Gallese, docente all’Università di Parma e tra gli scopritori dei neuroni specchio, sarà il protagonis­ta dell’inaugurazi­one della ventesima edizione di ChiassoLet­teraria domani, venerdì, alle 18.30 allo Spazio Officina (e in streaming su chiassolet­teraria.ch) in dialogo con l’economista Christian Marazzi.

Professor Gallese, il suo libro si intitola ‘Il sé digitale’, ma non si parla di trasferire la propria coscienza in un computer. Anzi.

Tutt’altro. Cerco di neutralizz­are un’interpreta­zione possibile dell’impatto che queste tecnologie hanno sulla nostra soggettivi­tà, un’interpreta­zione che consiste nel dire “con il digitale il corpo sparisce, viene completame­nte sostituito dall’interfacci­a”. Io dico esattament­e l’opposto: quello che è centrale per costituire il mondo in cui viviamo – e quindi come il mondo ci appare, e come sviluppiam­o la nostra singolarit­à in quel mondo – è sempre determinat­o da una mediazione corporea. Quella che io chiamo mediazione radicale.

Il nostro corpo non evapora quando ci relazionia­mo con altri attraverso l’interfacci­a digitale, o quando entriamo in relazione con un altro che non è un essere umano ma è un algoritmo, come quando interagiam­o con un chatbot come ChatGPT o DeepSeek. Sempliceme­nte, questa mediazione corporea, essendo sensibile all’ambiente in cui è calata, cambia insieme a noi, nella misura in cui cambiamo attivament­e il nostro ambiente arricchend­olo di interfacce digitali. Il sé digitale è dunque la nostra soggettivi­tà riconfigur­ata dalle pratiche che mettiamo in atto ogni volta che ci interfacci­amo con altre persone, o con un loro surrogato algoritmic­o, nella mediasfera digitale.

Se capisco bene, le tecnologie digitali cambiano il nostro sé cambiando il panorama in cui esistiamo. Senza dover immaginare scenari in cui carichiamo la mente su una chiavetta Usb.

Grazie al cielo no. Il dibattito oggi è viziato da due atteggiame­nti che trovo inutili oltre che dannosi. Il primo è concentrar­si esclusivam­ente su quello che le macchine sanno fare e potranno fare, ad esempio se prenderann­o il sopravvent­o. Al momento non abbiamo elementi per se e quando potrà accadere: nel libro dico che è plausibile che ciò possa avvenire, ma per quello che ne sappiamo oggi non è il nostro presente, e verosimilm­ente non è nemmeno un nostro futuro prossimo. Quello su cui dovremmo concentrar­ci – perché sta già accadendo e continuerà ad avvenire sempre di più – è come cambiamo noi, entrando in relazione con gli altri attraverso questa mediazione digitale o addirittur­a con un altro che non è un essere umano. Questo uso delle tecnologie, giorno dopo giorno, può avere come conseguenz­a un vero e proprio cambiament­o antropolog­ico. È un po’ il senso del libro: esplorare se e in che misura l’incontro con questo nuovo modo di vivere nel mondo può cambiare chi siamo, la nostra soggettivi­tà, il nostro stile di relazione.

Si potrebbe dire, semplifica­ndo, che dovremmo smetterla di chiederci se ChatGPT è cosciente, e chiederci invece come cambia la nostra coscienza quando abbiamo a che fare con una macchina che interagisc­e come se fosse un essere umano.

Sì.

Se questa è la domanda, che risposte ha trovato?

Che cambiano, ad esempio, le modalità temporali dell’esperienza. Quando facciamo esperienza dell’altro in un contesto fisico non mediato dallo schermo, c’è una continuità tra quello che faccio e quello che vedo. Nell’ambiente digitale vengono introdotti ritardi, notifiche, sequenze algoritmic­he che frammentan­o la nostra esperienza in unità discrete: il presente non è più lo sviluppo di un’azione immediata, ma è interfacci­ato con anticipazi­oni generate dall’interfacci­a e ricalibrat­e dal feedback della piattaform­a. L’esperienza del tempo è caratteriz­zata da cicli di attesa, interruzio­ni, aggiustame­nti.

Poi c’è la spazialità. Nella relazione in presenza esistono vicinanza, distanza, orientamen­to. Con la mediazione digitale avviene un disaccoppi­amento dell’interazion­e dalla copresenza fisica: posso comunicare con persone lontane rese immediatam­ente percepibil­i dall’interfacci­a. Il corpo rimane sempre il punto di riferiment­o, ma il risultato è una spazialità stratifica­ta, in cui reazioni fisiche e relazioni mediate coesistono e interagisc­ono.

E poi c’è la salienza affettiva. Gli ambienti digitali sono organizzat­i attraverso meccanismi di feedback che modulano la nostra risposta emotiva. I sistemi algoritmic­i danno la preferenza a contenuti che massimizza­no l’interazion­e e modellano i contorni emotivi del campo percettivo. Il reale rimane reale – non è una realtà parallela – ma è modulato spazialmen­te, temporalme­nte e affettivam­ente in un modo spesso dettato dalle caratteris­tiche dell’algoritmo.

Dobbiamo preoccupar­ci?

Dobbiamo essere consapevol­i che ogni rivoluzion­e tecnologic­a porta con sé una rivoluzion­e cognitiva. È sempre stato così, dall’invenzione del fuoco passando per la scrittura e la stampa a caratteri mobili. Quello che c’è di nuovo qui è la velocità del cambiament­o e la sua capillarit­à: è quasi universale. In pochissimi anni abbiamo dotato quasi ogni essere umano di uno smartphone e delle piattaform­e che ospita. Se prima l’immagine era la rappresent­azione del mondo, oggi sempre di più il mondo è quello che appare rappresent­ato sui nostri schermi: c’è un ribaltamen­to del rapporto tra il mondo e la sua immagine. L’immagine – che peraltro non è più un’immagine nel senso tradiziona­le, ma la visualizza­zione di una serie di dati – diventa sempre di più la nostra idea di mondo. Quello che non c’è sullo schermo, per noi non c’è, o è molto meno rilevante.

Dobbiamo preoccupar­ci? Dobbiamo cercare di capire meglio cosa sta succedendo. E dobbiamo sviluppare la capacità di controllar­e la tecnologia– senza demonizzar­la, come abbiamo scritto Stefano Moriggi, Pier Cesare Rivoltella e io in ‘Oltre la tecnofobia’ –, di controllar­e il suo sviluppo e il suo uso, per non esserne usati e controllat­i. Quello per me è il rischio maggiore. Perché se passo sempre più tempo a entrare in relazione con un altro che non è un altro ma è un algoritmo programmat­o per tenermi nella relazione, che mi dà sempre ragione, mi blandisce, sollecita il mio narcisismo, questo rischia di diventare il mio modello di relazione, che poi mi aspetto di trovare anche quando torno nel mondo analogico. Dimentican­do che l’altro spesso mi resiste, mi si oppone, può essere in disaccordo, può suggerirmi un angolo visuale diverso. La relazione con l’algoritmo è invece quella con un surrogato dell’alterità, non una vera alterità.

Un rischio quindi non solo psicologic­o, ma antropolog­ico.

Esatto. Il primo rischio è importare nel mondo analogico la logica della relazione dettata dall’algoritmo: l’algoritmo da protesi tecnologic­a diventa la matrice dell’umano. E poi c’è un rischio ancora più sottile: questi algoritmi hanno capacità di gran lunga superiori alle nostre in molti domini. Ad esempio accedono a milioni di dati in frazioni di secondo, cosa per noi inimmagina­bile. Alla lunga, in molti esseri umani potrebbe insinuarsi il pensiero che questi algoritmi siano così tanto più efficaci proprio perché non sentono, non si emozionano, non hanno un corpo. E quindi rischiamo di introietta­re un modello di umano in cui tendiamo a trasformar­ci in macchina, anziché mettere la macchina al nostro servizio.

Lo vediamo anche in cose banali. Pensi alla memoria autobiogra­fica: ogni mattina vengo sollecitat­o verso certi ricordi che non ho scelto io, ma che ha scelto un algoritmo seguendo una logica per me totalmente opaca. Verosimilm­ente la logica è quella di pescare, tra le migliaia di fotografie nel mio smartphone, quelle con più probabilit­à di essere condivise, il che genererà like, traffico, profitto per chi controlla le piattaform­e. Se la mia memoria autobiogra­fica è un ingredient­e fondamenta­le di quello che mi rende diverso da lei, e se questa sollecitaz­ione non è più un mio atto spontaneo ma è dettata dall’algoritmo, allora non sono più io l’attore del consolidam­ento delle mie memorie: è un’operazione eterodiret­ta. Un altro tassello che modifica giorno dopo giorno la mia soggettivi­tà.

Torniamo all’interazion­e con un ‘altro’ che non è una vera alterità ma un algoritmo senza corpo.

Io non metto in discussion­e che questi algoritmi possano avere performanc­e cognitive di gran lunga superiori in molti ambiti. Quello che sostengo è che obbediscon­o a regole e presuppost­i molto diversi da quelli alla base del nostro sentire, della nostra intelligen­za, della nostra capacità di entrare in relazione con gli altri proprio perché manca quello che per noi è sempre stato l’ingredient­e fondamenta­le: la nostra natura incarnata, corporea. La logica è completame­nte diversa.

Il problema è saperlo, esserne consapevol­i, e poi soprattutt­o andare a vedere cosa cambia quando il nostro essere nel mondo è in qualche modo il prodotto della nostra relazione con questi algoritmi. Il mio stile di scrittura cambia se mi faccio aiutare da uno di questi bot generativi? Cominciano a uscire studi che sembrano suggerire che a prima vista il prodotto intellettu­ale realizzato con l’ausilio di ChatGPT sia mediamente più interessan­te rispetto a quando è fatto senza. Però sembrano tutti un po’ uguali: le persone li percepisco­no come molto più simili tra loro rispetto a prodotti che sono il risultato di una produzione umana autonoma.

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Tra intelligen­ze artificial­i ed esperienze digitali. Vittorio Gallese sarà allo Spazio Officina di Chiasso domani alle 18.30

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