Corriere della Sera - La Lettura
Sudan «Fotografo sagome Sono vite rapite»
Salih Basheer è tornato nel Paese, dove si trovano le sue sorelle e i nipoti, per raccontare una terra allo stremo, devastata da una guerra civile che non finisce
Una crisi umanitaria devastante, intere città una volta piene di vita ridotte in macerie, una marea di gente disperata in cerca di un riparo, anche in campi provvisori, per sfuggire alla violenza di una guerra che dall’aprile 2023 sta flagellando il Paese. In Sudan oggi 30,4 milioni di abitanti hanno bisogno d’aiuto, di questi più di 9 milioni sono sfollati interni e circa 4 milioni sono scappati oltre i confini. Questi dati forniti dall’Ocha (l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari umanitari) fotografano le conseguenze del conflitto interno tra l’esercito, le Saf (Sudanese Armed Forces) guidate dal generale Abdel Fattah al-Burhan, e le milizie paramilitari Rsf (Rapid Support Forces) capeggiate da Mohamed Hamdan Dagalo, noto come Hemedti.
I due leader erano alleati nel colpo di Stato che nel 2019 decretò la fine della trentennale dittatura di Omar al-Bashir, ma la fragile transizione verso la democrazia non ha retto sotto i colpi della lotta di potere. C’è stata una recente escalation di violenza nel sud, per la quale l’Organizzazione internazionale per le Migrazioni (Iom) ha stimato che, tra la fine di ottobre 2025 e la metà di gennaio 2026, oltre 127 mila persone siano state sfollate da El Fasher, la capitale della regione del Darfur Settentrionale. Chi può è fuggito, consapevole di non poter tornare a vivere in un Paese oggi al collasso.
Il fotografo Salih Basheer, classe 1995, è nato a Omdurman, nel Sudan centrale. Nel 2023, con il suo libro d’esordio, 22 Days in Between, ha vinto il Photo-Text Book Award a Les Rencontres d’Arles, e ora esce con un nuovo lavoro The Return, un progetto che parla del suo Paese d’origine. Per realizzarlo è tornato in patria nel 2025, ha raccolto testimonianze e materiale d’archivio, anche della sua famiglia che vive ancora lì. Il risultato è un lavoro personalissimo, che si apre con una dedica rivolta al popolo sudanese e un messaggio: «Spero che la pace giunga nella nostra terra».
«La situazione in Sudan — racconta Basheer a “la Lettura” — è orribile. Manca l’accesso alle cure sanitarie, al cibo, all’acqua. L’elettricità è instabile e le infrastrutture del Paese sono quasi completamente distrutte. A marzo dell’anno scorso sono tornato, in luoghi relativamente più sicuri rispetto a Khartoum, che era zona di guerra, dove vive mia sorella con i suoi figli e l’altra mia sorella più giovane, ma la vita è difficile ovunque». Khartoum ha perso molti abitanti: «Tanti residenti sono stati sfollati in altre città, alcuni sono scomparsi, altri sono stati uccisi. Li ho rappresentati metaforicamente come sagome nelle mie fotografie».
Dai suoi scatti emerge tutto, anche
quando non sono esplicite: la presenza militare, il terrore e la violenza nei disegni degli esuli che ricostruiscono i racconti dei loro cari: «Sapere di avere persone a cui vuoi bene in zone di guerra è tremendo, psicologicamente e fisicamente. Al momento vivo in Finlandia, in una parte del mondo dove è tutto sicuro, ho quello di cui ho bisogno , ma allo stesso tempo ho sempre la mente che viaggia verso i miei familiari ancora lì. Mi solleva il pensiero di poterli aiutare in qualche modo, anche con il mio lavoro, parlando delle loro storie».
Da qui la volontà di inserire nel libro anche alcune trascrizioni degli audio inviati su WhatsApp dalla sorella, che nel 2024 si trovava a Khartoum: «Quando l’autobus si stava riempiendo di persone, alcuni soldati delle Rsf sono arrivati e ci hanno detto di scendere e di andare su quello davanti, perché era quasi pieno — spiega la donna —. Mentre stavamo scendendo, le Rsf hanno preso alcuni uomini da parte per perquisirli e li hanno picchiati sulla testa, interrogandoli: “Fai parte dell’esercito? Perché stai andando in quella direzione?”. E se gli uomini cercavano di rispondere o di parlare, li portavano via e li chiudevano in una stanza. Non so cosa ne abbiano fatto». Qualsiasi spostamento è sempre pieno di terrore e sofferenza: «Quando mi stavo preparando per il ritorno — racconta ancora la sorella — avevo con me tutti i soldi per le spese ed ero spaventata all’idea di essere derubata». Dopo aver pagato una tangente a un primo posto di blocco, poco dopo un altro soldato dell’Rsf annuncia le proprie intenzioni: «Voi donne siete più pericolose degli uomini, perché lavorate come intelligence segreta per l’esercito. Non parleremo molto: ognuna di voi, se nasconde qualcosa, deve tirarla fuori prima che veniamo a perquisirvi. Se vi perquisiamo e troviamo qualcosa che non avete consegnato, ve ne pentirete. Vi metteremo un solo proiettile nel corpo. E se resistete, vi faremo di tutto. Vi stupreremo, se sarà necessario». Se si viene risparmiati, capita spesso di perdere tutti i propri risparmi, a meno che non si riesca a trovare un nascondiglio ingegnoso, sapendo comunque di rischiare la vita dopo essere stati scoperti.
Nel libro hanno spazio anche le testimonianze dei profughi: «Ho incontrato alcune persone fuggite dalla guerra— racconta il fotografo — che hanno attraversato i confini e sono arrivate nei campi profughi, e lì la loro vita consiste solo nell’aspettare, non sanno quando potranno iniziare a costruire un futuro nel posto in cui si trovano. L’incertezza penso che sia la cosa più dolorosa per un essere umano: perdere tutto, dover costruire una vita di cui non si sa nulla».
Basheer è andato anche in Uganda, nel campo profughi di Kiryandongo dove sono sfollati molti sudanesi: «Mentre camminavo nel campo, o bevevo un caffè nei bar locali, le conversazioni che sentivo riguardavano sempre la guerra, le esperienze vissute durante il conflitto e l’attuale situazione politica. Sembrava che tutti fossero ancora emotivamente e mentalmente legati alle case lasciate in Sudan, ai loro cortili, alle stanze, ai vicini, alle scuole e alle strade percorse ogni giorno. Avevano lasciato tutto contro la loro volontà, finendo in questo luogo sconosciuto in mezzo al nulla, dove vivono in rifugi angusti fatti di teloni, in un campo privo di acqua pulita ed elettricità». Anche contare le vittime e i profughi è materia complessa. Tra chi è lontano c’è chi controlla su Google Maps le condizioni della propria casa e chi spera di vedere nelle immagini i propri cari vivi, ma il risultato accessibile al pubblico è spesso solo un’immagine molto vecchia: «Alcuni mi hanno raccontato di vedere ancora la loro macchina nel cortile di casa come se nulla fosse accaduto. Altre volte si possono vedere invece gli effetti della guerra: edifici in fiamme, truppe che si muovono, un ingorgo stradale causato dai carri armati. Io ne raccolgo qualcuna e la modifico una volta stampata, aggiungendo dei colori». Così, anche un’immagine satellitare, colorata di rosso, diventa una metafora di una guerra sanguinosa della quale non si vede la fine.