ILLUSIONE MONETARIA E SALARI
«Mancano autisti », «c’è carenz adi personale sanitario». Siamo oramai abituati a titoli di questo tipo e qualcuno potrebbe legittimamente aspettarsi che con condizioni simili chi ha posizioni di responsabilità faccia tutto il possibile per mantenere sereni i rapporti con i propri dipendenti. A leggere la cronaca, viene più di qualche dubbio: presidi contro l’azienda sanitaria trentina a causa di un procedimento disciplinare verso una dipendente che ha rilasciato un’intervista, scioperi del personale della più grande azienda di trasporto dell’Alto Adige per questioni legate ad una gestione contrattuale e dei rapporti sindacali non proprio da manuale. Forse dietro queste modalità di gestione delle relazioni con il proprio personale c’è una strategia volta a migliorare la qualità del servizio ai cittadini, ma dal di fuori si fa veramente fatica a capirne la logica e — se effettivamente c’è — sarebbe utile venisse spiegata in maniera trasparente, altrimenti si rischia di passare per arroganti.
Quando si parla di condizioni salariali, sarebbe poi utile non cadere vittima di quella che in economia viene chiamata «illusione monetaria». Si tratta di un termine un pochino criptico che deriva però da un’osservazione molto basilare: il denaro non si mangia, ma lo si usa per comprare il cibo (e tante altre cose). Mettiamo che il mio salario sia 100 e le patate costino 1.
Se dopo qualche anno la mia busta paga è di 120 e le patate sono nel frattempo aumentate a 1 euro e 25 centesimi al chilo, il mio salario è cresciuto o diminuito? Prima ci compravo 100 chili di patate, adesso solo 96. Direi che qualsiasi persona di buon senso possa concordare sul fatto che le condizioni economiche non sono migliorate, anzi. A meno che — appunto — non soffra di illusione monetaria.
Alla luce di questo, leggere di un aumento che «anche se di piccola entità, al lavoratore non chiedeva nulla in cambio» lascia perplessi.
Per inciso, al danno spesso si aggiunge la beffa. L’aumento in busta paga da 100 a 120 può portare al passaggio a una aliquota Irpef più elevata, visto che il governo ben si guarda dall’indicizzarne gli scaglioni, con il risultato di pagare in imposte una quota più elevata del proprio salario, nonostante il potere di acquisto sia diminuito. La restituzione, magari parziale, di questo «drenaggio fiscale» viene quindi presentata come una generosa riduzione delle imposte o come un «risparmio per il ceto medio», completando così l’opera: prima l’erosione del potere d’acquisto, poi la sua parziale compensazione spacciata per regalo.