DIFFICILE FIDARSI
L’articolo 5 della Nato non obbliga i Paesi ad accorrere per difendere l’aggredito. Difficile fidarsi di Putin
Mito e realtà dell’articolo 5. L’attacco violentissimo, nella notte, sull’ucraina, oltre a chiarire quanto Putin sia interessato alla pace, ci ricorda anche che riflettere sugli strumenti di cui dispone l’europa per difendere sé stessa in una fase in cui la guerra è di nuovo tra noi, non è un astratto esercizio accademico. L’articolo 5, dunque. C’è chi crede che l’art.5 del Trattato Nord Atlantico obblighi i Paesi facenti parte della Nato ad accorrere con le armi in difesa di un membro dell’alleanza aggredito e invaso. L’articolo 5, invece, dice che le parti (i Paesi aderenti al Trattato) convengono che «(..) se un tale attacco si producesse, ciascuna di esse (..) assisterà la parte o le parti così attaccate, intraprendendo immediatamente, individualmente o di concerto con le altre parti, l’azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l’uso della forza armata, per ristabilire o mantenere la sicurezza (..)». Non c’è alcun automatismo. Ciascuno decide per suo conto quali azioni giudichi necessarie. Prendere le armi è soltanto una delle possibilità. L’articolo 5 ha soprattutto valore simbolico. La vera garanzia è sempre stata la dichiarata volontà degli Stati Uniti di intervenire militarmente in caso di attacco all’europa.
Una volontà che fortunatamente non è stata messa alla prova. Ricordiamo però che il generale Charles de Gaulle, in epoca di Guerra fredda, aveva seri dubbi sul fatto che gli Stati Uniti avrebbero rischiato una guerra nucleare per difendere l’europa da un’invasione sovietica. Un analista britannico, Keir Giles, in una pubblicazione del 2024 («Who Will Defend Europe?») accenna a uno scenario che, dopo l’invasione russa dell’ucraina, circola in ambienti Nato: poniamo che dopo l’ucraina Putin prenda di mira un Paese Nato (per esempio, l’estonia) e che avanzi con i suoi carri armati per una trentina di chilometri in territorio estone. Dopo di che Putin lancia un avvertimento agli occidentali: «Non azzardatevi ad intervenire. Se qualcuno di voi ci si prova lo colpirò con le armi nucleari». Cosa pensate che accadrebbe? Gli Stati Uniti si muoverebbero in difesa dell’estonia? Donald Trump entrerebbe in guerra con il suo compagno di merende Vladimir Putin? E se gli Stati Uniti non si muovono quale altro Paese Nato sarà disposto a rischiare l’olocausto nucleare per salvare l’estonia? L’inazione sarebbe la scelta più probabile. Accompagnata da vibranti proteste contro «l’inqualificabile» attacco russo. Con tanti saluti all’articolo 5. E anche all’estonia. Osserva Giles che Putin sa che non è in grado di sconfiggere militarmente la Nato. Però potrebbe sconfiggerla politicamente, mettendola in una condizione di impotenza, andando a vederne il bluff.
Lasciamo da parte gli europei apertamente schierati con Putin. Prendiamo in considerazione solo coloro che in buona fede cercano di capire che cosa la Russia voglia da noi. Circolano due diverse tesi. La prima è di chi pensa che la Russia non abbia in realtà mire espansioniste in Europa. Secondo questa interpretazione la Russia ha invaso l’ucraina perché provocata (l’allargamento Nato, i timori per la sorte delle popolazioni russofone). Una volta trovato un compromesso che soddisfi le sue più o meno legittime aspettative sarà possibile ricostituire condizioni di pace stabile, non ci sarà più nulla da temere dalla Russia. La seconda tesi è invece di chi pensa che l’ucraina sia solo il primo atto, che l’imperialismo russo non si fermerà e che l’espansione verso Occidente sia parte integrante di un progetto neo-imperiale volto a rimediare alla dissoluzione dell’unione Sovietica (la «più grande catastrofe del secolo» secondo Putin). Chi sostiene questa seconda tesi si fa forte sia delle azioni che delle parole di Putin per il quale l’occidente è una minaccia mortale per la Russia, una idea che, grazie alla propaganda di regime, sembra oggi condivisa da milioni di russi. Questa seconda tesi, a differenza della prima, è confortata dalla conoscenza della storia russa: da Pietro il Grande a Caterina II, dall’unione Sovietica a Putin.
In questa prospettiva, l’ucraina (tutta l’ucraina) deve essere assorbita dalla Russia: il primo, necessario passo, al fine della ricostituzione dell’impero.
Chi sostiene questa tesi ritiene che solo il deterrente rappresentato da una credibile potenza militare possa fermare la Russia e che qualunque tentativo di appeasement , di disposizione conciliante verso il governo russo, verrebbe interpretato da quest’ultimo come una manifestazione di debolezza e ne accrescerebbe aggressività e mire espansioniste. Almeno finché Putin resterà al potere. Non può essere
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Tra idee e realtà
Se lo zar dovesse accettare una tregua lo farebbe solo perché la guerra sta dando scossoni all’economia russa
escluso a priori che quando Putin verrà sostituito (prima o poi accadrà) emergano leader pragmatici disposti a ristabilire una qualche forma di modus vivendi con l’europa. Quando ci saranno nuovi leader in Russia sarà giusto aspettare e vedere, concedere loro il beneficio del dubbio. Ma finché Putin resta al comando non possono esserci dubbi sulle sue intenzioni.
Che l’europa, al momento dell’invasione , fosse psicologicamente impreparata lo si è detto e ridetto. Dopo tre anni di guerra, però, una parte è ancora impreparata. Un piccolo episodio fa capire quanto, per lo meno in Italia, sia difficile fare i conti con lo stato di guerra in cui l’europa si trova. In una recente trasmissione televisiva, quando ancora si pensava possibile un rapido avvio delle trattative di pace, alcuni dei presenti hanno sostenuto che in una trattativa simile bisogna essere disposti a «fidarsi», fino a prova contraria, dell’interlocutore russo. Il verbo «fidarsi» è stato usato più volte. Se non che, una trattativa del genere, mentre ancora si spara, non la si fa «fidandosi». La si fa mettendo una pistola carica sul tavolo e sapendo che, se si raggiungerà un compromesso, gli interessi delle parti resteranno in conflitto. Se le armi tacessero in Ucraina, gli interlocutori non perderebbero la consapevolezza delle reciproche incompatibilità. Se accettasse una tregua Putin lo farebbe solo perché la guerra sta mettendo a dura prova l’economia russa. La tregua gli servirebbe per riprendere fiato. In attesa di tentare di nuovo, fra qualche anno, la conquista dell’ucraina. A loro volta, gli interlocutori, ucraini e occidentali, lascerebbero il tavolo delle trattative pensando a come prepararsi in modo da frustrare, quando sarà il momento, il disegno di Putin. Altro che fidarsi.